Le nostre città stanno modificando la loro fisionomia in modo più veloce di quello che potremmo immaginare. Una scelta dettata dalla ricerca di un maggiore equilibrio tra il cittadino e il territorio, per recuperare e riqualificare aree che nel secolo scorso erano prettamente industriali e ora diventano incubatori di idee e start up tecnologiche.
Dove una volta c’erano acciaierie oggi ci sono campus universitari, dove si costruivano automobili oggi ci sono musei e spazi espositivi.
Le strutture esterno non cambiano o cambiano poco, il nucleo interno è invece completamente diverso e attorno nascono zone verdi e spazi polifunzionali.
Perchè le nuove aree metropolitane devono essere il più possibile “green”, offrire vivibilità e qualità degli spazi comuni.
Mobilità, sostenibilità, connettività ed innovazione sono quindi parametri fondamentali che guidano questi cambiamenti, anche senza demolire il passato, al contrario utilizzando il costruito adeguandolo alla nuova concezione “smart”.
Una filosofia molto lontana da quelle dei quartieri ghetto e degradati, con la finalità di realizzare una città “policentrica" priva di marginalità, dove anzi le marginalità preesistenti ereditate divengono “nuovo centro”, con nuove funzioni ed una nuova vita.
Dalla riqualificazione di Harlem, quartiere ghetto di New York, alla Moritzplatz di Berlino, fino alla foresta Fujimoto di Parigi, interventi importanti per cambiare il volto delle tristi periferie. Ed ancora Londra, Vienna ed anche città del Sud del Mondo come Curitiba, dove la sostenibilità è diventata sistema ed il welfare è diventato un obiettivo politico.
Recupero, riordino, rammendo, agopuntura urbana: non si parla d’altro nelle “città globali”, in quei crocevia del mondo, in quelle “Babele” multietniche e multiculturali che progettano i cambiamenti per contrastare marginalità e povertà.
Non esiste una ricetta universale, non c’è un protocollo per tutti, come quelli dettati dalle vecchie regole urbanistiche, quelle che ci hanno consegnato le città per come le abbiamo conosciute nel secolo scorso. Ogni città cerca, con approcci diversi, di essere all’avanguardia in un settore: Singapore lavora per primeggiare sulla mobilità, Copenhagen sulla sostenibilità, Boston sulla community planning.
Ci sono spinte massicce nei quartieri che diventano contenitori di innovazione, la modernità accelera dove fino a ieri c’era il deserto. L’innovazione è la chiave di tutto.
Diventare “smart” è un passaggio obbligato per ogni città che vuole rinnovarsi ed innovarsi puntando sulla connettività. Così come internet ha cambiato il modo di comunicare, di studiare, di aggiornarsi sull’attualità, l’Internet of things (IOT) sta cambiando le nostre città. Città sempre più interagenti coi suoi cittadini attraverso le reti digitali, città sempre più prossime ai bisogni che comunicano attraverso un’app raggiungendo in un istante migliaia di utenti.
Se da un lato questa può sembrare un’operazione di “marketing”, dall’altro i cittadini (fortunati) che vivono nelle città che più di altre hanno creduto in questa filosofia, perché amministrate da classi dirigenti illuminate e lungimiranti, sono soddisfatti ed i livelli di qualità della vita sono di gran lunga superiori a quelli delle città che su questa strada stanno rimanendo indietro.
Il problema però, come sempre quando si parla di urbanistica, sta nella governance.
Dove una volta c’erano acciaierie oggi ci sono campus universitari, dove si costruivano automobili oggi ci sono musei e spazi espositivi.
Le strutture esterno non cambiano o cambiano poco, il nucleo interno è invece completamente diverso e attorno nascono zone verdi e spazi polifunzionali.
Perchè le nuove aree metropolitane devono essere il più possibile “green”, offrire vivibilità e qualità degli spazi comuni.
Mobilità, sostenibilità, connettività ed innovazione sono quindi parametri fondamentali che guidano questi cambiamenti, anche senza demolire il passato, al contrario utilizzando il costruito adeguandolo alla nuova concezione “smart”.
Una filosofia molto lontana da quelle dei quartieri ghetto e degradati, con la finalità di realizzare una città “policentrica" priva di marginalità, dove anzi le marginalità preesistenti ereditate divengono “nuovo centro”, con nuove funzioni ed una nuova vita.
Dalla riqualificazione di Harlem, quartiere ghetto di New York, alla Moritzplatz di Berlino, fino alla foresta Fujimoto di Parigi, interventi importanti per cambiare il volto delle tristi periferie. Ed ancora Londra, Vienna ed anche città del Sud del Mondo come Curitiba, dove la sostenibilità è diventata sistema ed il welfare è diventato un obiettivo politico.
Recupero, riordino, rammendo, agopuntura urbana: non si parla d’altro nelle “città globali”, in quei crocevia del mondo, in quelle “Babele” multietniche e multiculturali che progettano i cambiamenti per contrastare marginalità e povertà.
Non esiste una ricetta universale, non c’è un protocollo per tutti, come quelli dettati dalle vecchie regole urbanistiche, quelle che ci hanno consegnato le città per come le abbiamo conosciute nel secolo scorso. Ogni città cerca, con approcci diversi, di essere all’avanguardia in un settore: Singapore lavora per primeggiare sulla mobilità, Copenhagen sulla sostenibilità, Boston sulla community planning.
Ci sono spinte massicce nei quartieri che diventano contenitori di innovazione, la modernità accelera dove fino a ieri c’era il deserto. L’innovazione è la chiave di tutto.
Diventare “smart” è un passaggio obbligato per ogni città che vuole rinnovarsi ed innovarsi puntando sulla connettività. Così come internet ha cambiato il modo di comunicare, di studiare, di aggiornarsi sull’attualità, l’Internet of things (IOT) sta cambiando le nostre città. Città sempre più interagenti coi suoi cittadini attraverso le reti digitali, città sempre più prossime ai bisogni che comunicano attraverso un’app raggiungendo in un istante migliaia di utenti.
Se da un lato questa può sembrare un’operazione di “marketing”, dall’altro i cittadini (fortunati) che vivono nelle città che più di altre hanno creduto in questa filosofia, perché amministrate da classi dirigenti illuminate e lungimiranti, sono soddisfatti ed i livelli di qualità della vita sono di gran lunga superiori a quelli delle città che su questa strada stanno rimanendo indietro.
Il problema però, come sempre quando si parla di urbanistica, sta nella governance.
Ne parleremo nel prossimo post.
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